Rassegna ‘This is not an Altas’

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Tra le varie attività della nostra rete orientate alla creazione di spazi di scambio e apprendimento collettivo, ci interessiamo anche di pratiche di cartografia critica. Negli ultimi due anni abbiamo utilizzato in varie occasioni la mappatura collettiva come strumento di partecipazione, riflessione e azione nel corso delle nostre attività. Vorremmo dunque promuovere uno spazio di riflessione sulla cartografia critica, i suoi metodi e le sue pratiche applicate per esaminare collettivamente in che modo si può utilizzare la cartografia nei movimenti e nei contesti di attivismo, anche da una prospettiva femminista.

Abbiamo chiesto ad attivist* e collaboratori/trici della nostra rete di scrivere una rassegna sul volume ‘Not an atlas’ del collettivo Orangotango+ e condividere delle riflessioni su questi aspetti nel loro contesto di attivismo. Una volta a settimana pubblichiamo sulla nostra pagina tre rassegne in diverse lingue: la settimana scorsa abbiamo pubblicato la rassegna in lingua spagnola, scritta da Levadura Critica, questa settimana pubblichiamo la presente rassegna in italiano e la prossima uscirà in lingua ungherese.

di Marta Ruffa

‘Not an Altas’: contro-cartografie e femminismi

Perché un non-atlante?

“This is not an atlas. A global collection of counter‐cartographies” [1] è un non-atlante collettivo che raccoglie e racconta trasversalmente decine di lotte comunitarie ed esperienze resistenti in vari angoli del pianeta, pubblicato nel 2018 dal collettivo tedesco Orangotango+, una rete di geograf* critic* e attivist* che nella primavera del 2015 ha lanciato un bando per raccogliere in un unico volume testimonianze e pratiche di mappature critiche, cartografie, idee, progetti per ripensare collettivamente gli spazi comunitari.
I contributi sono arrivati numerosissimi, da svariati contesti e in diverse lingue, contribuendo a dare al volume una forma più complessa e articolata rispetto a quanto inizialmente preventivato: ne è emerso un insieme eterogeneo di oltre 40 contro-cartografie e mappature critiche, realizzate con una grande varietà di metodi e materiali.
Aprirlo significa accingersi a guardare il mondo attraverso un caleidoscopio e ci consente di riflettere e ripensare la nostra prospettiva sulle mappe e sul loro uso nella quotidianità. Il libro non si limita a rilevare gli aspetti pratici di progetti e processi di mappatura, ad approfondirne metodi e tecniche, ma esplora anche i posizionamenti politici, i contesti locali in cui le mappe vengono applicate e le numerose interazioni tra attori politici e cartografia critica, ovvero le molteplici possibilità di applicare la cartografia nei contesti di lotta dal basso e nei processi di educazione emancipatoria.
Già a partire dalla scelta del titolo, questo non-atlante si propone di sovvertire le convenzioni e nozioni tradizionalmente associate alla cartografia e ai suoi usi: non si tratta più di descrivere il mondo in maniera ‘oggettiva’, bensì di guardarlo in maniera critica, ripensarlo e ridisegnarlo collettivamente. In apertura del libro viene riportata una frase tratta da un’intervista con i membri del Counter-Cartography Collective che ne riassume l’obiettivo e lo spirito: “Mappare i sistemi di oppressione, non gli/le oppress*!” (p.30)

Visibilizzare ingiustizie, mappare resistenze

Dopo essersi liberate dal monopolio del mondo accademico, le mappe hanno assunto usi via via più radicali e attivisti, prestandosi come strumenti di rivendicazione per visibilizzare ingiustizie, organizzare proteste, condividere visioni e lotte e mappare pratiche di resistenza.
Come sottolinea Rekacewicz, le mappe sono politiche per loro stessa natura:

“Nel gioco delle parti tra i fatti e la percezione, il cartografo è al tempo stesso testimone e attore […] Al fine di creare o, più esattamente, inventare “i suoi mondi”, ottiene alla fine una delicata miscela tra il mondo così com’è, e il mondo che desidera”. (Rekacewicz: 2006)

Le contro-cartografie raccolte in questo volume sono state suddivise per cause e motivazioni, ma si tratta di una suddivisione meramente funzionale alla divisione dell’atlante in capitoli tematici, perché molte di queste presentano in realtà una molteplicità di obiettivi e prospettive impossibili da ridurre a categorie chiuse. Presentare una storia didascalica della contro-cartografia non è tra gli obiettivi principali del volume. Contiene infatti un’ampia sezione-guida dedicata a cartograf* occasionali e a chi vuole avvicinarsi per la prima volta a metodi e approcci della cartografia critica: un manuale semplice ed efficace con suggerimenti pratici per organizzare workshop e attività di gruppo che prevedano l’uso e la creazione di mappe.
Il collettivo Orangotango+ mira a fornire esempi concreti di quanto l’ambito della cartografia si stia ampliando per includere realtà e rivendicazioni sempre nuove, soprattutto grazie al contributo di mappatrici e mappatori amatoriali, e si propone non soltanto di presentare questi contributi, ma anche di aprire il campo a nuovi attori, soggetti e forme di fare cartografia, dando spazio a molteplici prospettive contro-egemoniche e incoraggiando e ispirando la condivisione e lo scambio di pratiche di resistenza tra diversi contesti, senza perdere di vista le possibili insidie che le pratiche cartografiche comportano.
Si rivendica quindi la democratizzazione delle metodologie e tecniche della cartografia, superando di fatto la figura dell’artista, geograf*, urbanista, attivista o specialista del campo. La contro-cartografia è una pratica alla portata di chiunque voglia approfondirla e applicarla nei propri contesti di lavoro, ricerca e attivismo.

Cartografie e contro-cartografie

A partire dal XVI secolo, gli ‘atlanti’ hanno avuto la pretesa di rappresentare la realtà in maniera oggettiva, di produrre e diffondere saperi sul mondo circostante e sui suoi equilibri. La conoscenza e il sapere, nonché la loro diffusione, sono però strettamente collegati a questioni di potere ed egemonia. Per molti anni si è tacitamente accettato che leggere le mappe significasse non soltanto interpretare il mondo in una determinata prospettiva, ma anche imparare a situarsi nello spazio e a situare l’altr* in relazione a sé: le mappe ci hanno quindi proposto come realtà oggettiva e inalterabile la volontà politica e la prospettiva sul mondo di chi ha storicamente detenuto il potere.
Nei secoli la natura delle mappe è cambiata radicalmente: sono passate dall’essere rari manufatti in possesso esclusivo di una classe ricca, colta e potente a oggetti di uso comune, utilizzati dalla maggior parte delle persone nella quotidianità, anche in formato digitale.
Oggi, anche grazie alle pratiche e agli studi di contro-cartografia, sappiamo che le mappe non solo riproducono la realtà del mondo circostante, ma la plasmano sfruttando l’autorità di cui sono tradizionalmente portatrici nel momento in cui si dichiarano neutrali e oggettive: generano idee e percezioni sul mondo circostante e le riproducono, non lasciando spazio all’emergere di contraddizioni e prospettive minoritarie.
Il dibattito sulla cartografia, sui suoi usi e metodi e sulla sua legittimità e oggettività nel descrivere il mondo è emerso prevalentemente in ambito accademico a partire dagli anni ’80 del secolo scorso. In un primo momento, tali rivendicazioni si sono centrate sulla critica delle mappe come strumento oggettivo: la cartografia, intesa in questo modo, fa riferimento a una pratica fortemente istituzionalizzata dallo Stato e dal capitale.
La critica ha svelato come le mappe siano state nel corso della storia complici e strumenti del colonialismo e del nazionalismo e come abbiano contribuito alla loro legittimazione.
Sono stati in particolare gli/le artist* a utilizzare le mappe per criticare, provocare e sfidare le tradizionali nozioni di spazio e luogo. Tra questi, si possono citare due esempi di mappe che hanno contribuito a sovvertire la visione del mondo egemonica ed eurocentrica: nel 1929 la mappa del mondo surrealista e nel 1943 l’America Invertida di Joaquín Torres, coronata dallo slogan “Our North is the South” (‘Il nostro Nord è il Sud’).
Pietre miliari della fusione tra mappe geografiche e contro-cartografie sono, tra le altre, le opere di Öyvind Fahlström (a partire dagli anni ’70) e Mark Lombardi (negli anni ’90): i due artisti hanno contribuito in maniera determinante all’ondata di contro-cartografie poi emerse nel nuovo millennio (tra queste, segnaliamo il lavoro del Bureau d’Études e hackitectura.net).
Al giorno d’oggi, il collettivo argentino Iconoclasistas gioca un ruolo fondamentale nella diffusione di contro-cartografie: il loro lavoro rappresenta una delle fonti di ispirazione di questo volume. A sua volta, il lavoro del collettivo è influenzato dalle tradizioni di disegno indigene dell’America Latina.
Bisogna tuttavia tenere sempre a mente che le contro-cartografie possono essere interpretate solo come “un punto di partenza o uno strumento che può supportare l’analisi, ma non parlano per sé stesse” (Paglen 2007: 43): la mappa non può mai rappresentare la complessità di un territorio, e le lotte e rivendicazioni che vi si generano non si decidono sulla carta.
Proprio per questo motivo molte delle mappe e cartografie presentate nel volume lasciano aperte domande, non si propongono di trovare a tutti i costi risposte chiare e univoche, bensì di portare alla luce nuove questioni e ipotizzare soluzioni possibili.
Le contro-cartografie stanno rivendicando uno spazio sempre maggiore nel mondo dell’arte, dell’attivismo e dei movimenti sociali. Questo si traduce in nuovi modi di produrre, distribuire e utilizzare le mappe come strumenti di comunicazione e riflessione collettiva.
Il ruolo della contro-cartografia mira a superare l’ambito della cartografia in sé, perché la possibilità di rappresentare le complessità del mondo circostante passa nelle mani di attivist*, educatori/trici, ricercatori/trici militanti, artist* e movimenti sociali che mappano per una causa specifica e concreta di rivendicazione, autonomia o denuncia sociale.

La cartografia critica nei movimenti femministi

Attraverso i metodi e le pratiche della cartografia critica, le/i geograf* femminist* aspirano a incorporare ai processi di mappatura un approccio intersezionale, ovvero a rilevare il ruolo giocato dal posizionamento di razza, genere, classe sociale, identità di genere, orientamento sessuale, ecc., nello studio della geografia e nella rappresentazione dello spazio.
La cartografia femminista ha quindi come obiettivo quello di visibilizzare e ripensare le dinamiche di potere, ma anche di ridisegnare e reinterpretare collettivamente territori e corpi, di raccogliere e analizzare dati e aprire nuovi canali di comunicazione. La cartografia critica ha un forte potenziale espressivo che i movimenti e collettivi femministi possono mettere a frutto per visibilizzare soggettività plurali e processi di empowerment e per denunciare e sovvertire le strutture di potere e le condizioni di oppressione.
Ma se l’obiettivo è quello di ripensare, criticare e sovvertire le pratiche cartografiche convenzionali e tradizionali, dobbiamo innanzitutto chiederci: cos’hanno in comune le pratiche di contro-cartografia e le rivendicazioni femministe?
Intanto, entrambe si propongono di ripensare le dinamiche di potere, visibilizzare le oppressioni esistenti e la violenza istituzionale, denunciare la mancanza di diritti o reclamarli. Si concentrano inoltre sulla dimensione collettiva e analizzano le oppressioni a livello comunitario, sempre partendo dal presupposto che ‘il personale è politico’.
Politicamente entrambi i movimenti hanno approcci radicali e hanno storicamente strappato alle mani del potere e dell’accademia il monopolio delle loro rivendicazioni, portandole nelle strade, tra la gente, facendole emergere tramite processi collettivi e dal basso.
Se è vero che il valore del metodo cartografico è insito nel fatto che le sue pratiche si originano dall’esperienza vissuta e concreta, le domande che dovremmo porci, come cartograf* femminist*, riguardano soprattutto il focus della cartografia femminista e l’importanza dei processi.
Come lavorare sui contenuti, sulle forme e sui processi cartografici in modo realmente intersezionale e inclusivo in un ambito, come quello della cartografia, che è stato tradizionalmente appannaggio maschile e che per secoli ha mostrato come oggettiva e neutrale la prospettiva androcentrica dello spazio, assimilando il corpo femminile alle terre di conquista ed esercitando sulla terra la stessa violenza esercitata sui corpi delle donne, i corpi razializzati e non-conformi?

Nel volume troviamo almeno tre esempi di cartografie realizzate con un approccio femminista che ci possono essere d’ispirazione per riflettere collettivamente:

  • Mapping Sexual Harassment in Egypt [2]

Mappatura digitale realizzata dal team di HarassMap, consultabile online in lingua araba e inglese, che utilizza la tecnologia mobile per denunciare e visibilizzare le violenze e molestie sessuali subite dalle donne nello spazio pubblico in Egitto. Possono essere segnalate anonimamente dalle/dagli utenti tramite Facebook e Twitter e appaiono sulla mappa grazie agli strumenti di localizzazione forniti da GoogleMaps. Il sito fornisce non soltanto la localizzazione dell’evento, ma anche la data, l’ora e la descrizione della violenza subita e risponde alle segnalazioni ricevute con informazioni utili su come avere accesso localmente a servizi legali gratuiti e consulenza psicologica. Oltre a sensibilizzare il pubblico sul tema della violenza quotidiana subita dalle donne nelle strade del Paese e a denunciarne in tempo reale l’entità utilizzando l’immediatezza della tecnologia, il sito fornisce alle/agli utenti strumenti utili per intervenire e denunciare gli eventi di cui sono vittime e/o testimoni.

  • Far Rock: AnneMarie’s Mental Map of New York [3]

Mappatura realizzata da Aaron Reiss sulla base di una serie di interviste ad AnneMarie sulla sua esperienza di giovane attrice cinematografica emergente, che rimase incinta a 13 anni. La mappa raccoglie i ricordi di AnneMarie, prima bambina e poi adolescente, e racconta la sua vita nel quartiere periferico di Far Rockaway (New York), dove è cresciuta: emergono  il senso di isolamento sociale, smarrimento e solitudine della ragazza, ma anche i punti del quartiere in cui si sentiva accolta o al sicuro. La mappa ci permette dunque di riflettere sulla prospettiva di un’adolescente incinta residente in un contesto urbano marginalizzato e criminalizzato e su come tale marginalizzazione abbia avuto impatto sulla sua vita, sulle sue percezioni, ambizioni e possibilità durante l’infanzia, l’adolescenza e la precoce gravidanza.

  • From Data Commons to (Critical) Cartography. Linking Data Sources for a Gender Street Map of Vienna [4]

Progetto realizzato da Florian Ledermann e consultabile sulla pagina genderatlas.at, che illustra la città di Vienna e l’intera Austria tramite una serie di dati ufficiali sulle opportunità per le donne nel Paese, incrociando statistiche sulle sindache in carica in Austria, le strade intitolate a figure di spicco femminili nel comune di Vienna, e molte altre. Per alcuni aspetti, ricorda il progetto sviluppato in Italia dall’Associazione Toponomastica femminile, che si è occupata di censire e mappare le strade intitolate alle donne nel Paese (o, per meglio dire, di denunciarne l’esiguità).

Questi esempi, tra tanti altri presenti nel volume, possono costituire un punto di partenza per interrogarci e dibattere, all’interno di collettivi e associazioni locali, sull’utilizzo degli strumenti di cartografia critica al fine di visibilizzare e denunciare la violenza sessista, educare in merito alle opportunità per le donne e i gruppi marginalizzati e alle discriminazioni sul nostro territorio e proporre soluzioni, a patto che tutti i processi mettano realmente al centro le prospettive, i bisogni e gli immaginari finora silenziati e oppressi.

[1] ‘Questo non è un atlante: Una raccolta mondiale di contro-cartografie’

[2] Mappatura delle molestie sessuali in Egitto, p.128

[3] Far Rock: La mappa mentale di AnneMarie, New York, p.284

[4] Dai dati comuni alla cartografia (critica) unendo le sorgenti di dati per una cartina stradale di Vienna sul genere. (p.318)

 

Riferimenti bibliografici:

  • Rekacewicz, P. 2006. Der Kartograph und seine Welten. Le Monde Diplomatique, monde-diplomatique.de/artikel/!377853#anker1, 3 July 2018.
  • Paglen T. 2007. Mapping Ghosts. Visible collective talks to Trevor Paglen. In: Mogel, L. & Bhagat, A. eds., An Atlas of Radical Cartography: 39-50. Los Angeles: Journal of Aesthetics & Protest Press.

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