Educazione sessuale e co-educazione all’uguaglianza – ultimi giorni

Restano pochi giorni e pochi posti! Volete partecipare? Assicuratevi un posto! Iscrizione entro il 20 luglio. Vi aspettiamo!

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Il corso si propone di illustrare i principi della co-educazione all’uguaglianza, volti all’apprendimento di buone pratiche di educazione sessuale ed affettiva provenienti da diversi contesti del mondo e applicabili nel lavoro con gruppi di bambine/i e adolescenti.
Contribuiranno infatti alla formazione professioniste/i ed esperte/i del settore che da anni lavorano sull’educazione ad una sessualità sana, serena, egualitaria e consapevole tramite molteplici progetti diretti a giovani, bambini/e e adolescenti, sia nel contesto scolastico che extra-scolastico.
Il corso si focalizza sulle teorie e pratiche della co-educazione all’uguaglianza e sulle diverse modalità per introdurre l’educazione sessuale in gruppi di diverse fasce d’età durante l’infanzia e presentando laboratori specifici e proposte diversificate rivolte all’adolescenza. Oltre ad offrire una panoramica delle diverse pratiche concrete applicabili durante incontri presenziali di gruppo, un’attenzione particolare sarà dedicata alle pratiche di cyber-educazione (tramite l’analisi di cartoni animati, video e fumetti pensati appositamente per affrontare queste tematiche durante l’infanzia).

Potete acquistare il corso per 45 euro entro e non oltre il 20 luglio! Il corso avrà inizio in data 24 luglio. Riceverete i dettagli di pagamento/fruizione una volta inviato il formulario.

Potete trovare questo corso anche in offerta in un pacchetto di 2 corsi: ‘Educazione sessuale e co-educazione all’uguaglianza + Femminismo e lavoro sociale’.

Formulario d’iscrizione*

*Abbiamo notato che a volte le nostre e-mail contenenti le informazioni riguardo all’acquisto dei corsi finiscono nello spam. Vi chiediamo pertanto, per evitare problemi di comunicazione, di controllare attentamente lo spam nella vostra casella di posta.

Femminismo e lavoro sociale – 2a edizione

Un binomio complesso

Si apre la seconda edizione del corso “Femminismo e lavoro sociale”, arricchita di contenuti e di riflessioni emerse durante la prima edizione attraverso il lavoro di gruppo! Stesso formato, integrato con nuovi strumenti di riflessione, video-interviste e materiali diversificati. 

La prima edizione del corso ci ha dimostrato che il nostro formato funziona consentendoci di adattarci in maniera flessibile alle esigenze del gruppo e ci ha regalato delle belle riflessioni che saranno il punto di partenza x questo secondo gruppo di lavoro.

Abbiamo già un gruppo di partecipanti al corso tramite la campagna di pre-acquisto, ma restano ancora alcuni posti disponibili! Rimangono pochi giorni per iscriversi!

Iscrizione entro il 20 luglio attraverso il formulario che trovate al fondo di questa pagina.

Riceverete i dettagli di pagamento/fruizione una volta inviato il formulario.

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Il corso si propone di approfondire con tutte/i coloro che lavorano nel sociale o nell’ambito della cooperazione internazionale alcune tematiche relative all’utilizzo di una metodologia femminista nello sviluppo e nella realizzazione di progetti sociali.

Partendo dall’identificazione delle problematiche legate alle disuguaglianze, agli squilibri di potere, all’esclusione, alla marginalità e alla discriminazione che caratterizzano la nostra società, ragioneremo insieme sulle possibili strategie d’intervento nei contesti di lavoro concreti.

Le/i partecipanti riceveranno una formazione trasversale che fornirà loro gli strumenti per riflettere criticamente sul proprio lavoro e sul proprio ruolo di operatori sociali, sull’interazione con le persone a cui il progetto è rivolto e con il team di lavoro, su come riconoscere e scardinare dinamiche di potere dannose che inquinano le relazioni, gli obbiettivi e i risultati che si possono raggiungere perpetuando situazioni di ingiustizia ed emarginazione.

Il corso, oltre ad offrire una panoramica delle possibili applicazioni di un approccio femminista nel lavoro sociale, darà spazio anche ad una critica delle pratiche di intervento attuate nei progetti sociali specifici rivolti alle donne, oggi sempre più diffusi.

È un corso aperto e rivolto a tutte/i: a studentesse/studenti, assistenti sociali, educatrici/educatori, attiviste/i, mediatrici/mediatori interculturali, volontarie/i e chiunque sia interessata/o e operi nel terzo settore o lotti e collabori a fianco di gruppi oppressi.

Prima lezione: L’approccio femminista nel lavoro sociale: concetti di base

Introdurremo i concetti di base su cui rifletteremo insieme durante tutto il percorso: parleremo della costruzione del genere e di come gli stereotipi e le disuguaglianze di genere (unite alle discriminazioni in base a etnia, religione, classe sociale, orientamento e identità sessuale) influiscano profondamente sulla disparità di diritti, sulla possibilità di accesso al lavoro, all’educazione e ai servizi, sulle disuguaglianze economiche e sociali della società contemporanea.

Cosa intendiamo per approccio femminista nel lavoro sociale e perché è così importante? Parleremo dell’approccio femminista come metodo che ci consente di mettere al centro dell’analisi e delle pratiche di lavoro la lotta alle disuguaglianze di potere, superando le facili generalizzazioni e rappresentazioni riguardo “l’altra/o”. Identificheremo inoltre i modelli tradizionali basati su una divisione sessuale dei ruoli e discuteremo in maniera concreta gli squilibri di potere e le disparità di vantaggi. Inoltre, in apertura del corso, ci avvarremo delle testimonianze di due attiviste che lavorano con gruppi marginalizzati.

Seconda lezione: Il posizionamento dell’operatrice/operatore sociale

Siamo davvero sicuri che il nostro ruolo lavorativo sia neutrale? Durante questa seconda lezione, ragioneremo criticamente sulla figura dell’operatrice/operatore sociale, ovvero sul suo posizionamento rispetto al contesto in cui opera. Situandoci noi stesse/i al centro dell’analisi e partendo dal presupposto che non esiste “la neutralità” dell’operatrice/operatore sociale, ragioneremo sulla nostra identità come soggetti situati per decostruire l’universalismo che caratterizza il discorso maggioritario e le strutture esistenti, riconoscere la natura circoscritta del nostro patrimonio esperienziale e rinunciare alla presunzione della validità assoluta del nostro punto di vista.

Terza lezione: La costruzione di un linguaggio non sessista

Il linguaggio è un mezzo potentissimo che permette non solo di descrivere la realtà che ci circonda, ma anche di plasmarla e condizionarla. Nel lavoro sociale è quindi più che mai necessario riflettere sull’uso critico del linguaggio, elaborando alternative che permettano di valorizzare allo stesso modo l’identità, la soggettività e i ruoli. In questa terza lezione, verranno forniti strumenti utili a superare stereotipi e rappresentazioni sessiste e razziste e a riconoscere le disuguaglianze veicolate e riprodotte dall’utilizzo “normativo” di un linguaggio patriarcale, elitario ed escludente.

Quarta lezione: La “trappola” dell’empowerment femminile

Cosa significano i termini “empowerment” e “agency”? Anche nell’ambito del lavoro sociale e della cooperazione internazionale si assiste spesso ad un utilizzo errato o superficiale di questi termini, oggi diventati “di moda” e quindi svuotati di senso o declinati in chiave essenzialista, spesso appropriati in maniera paternalistica dai gruppi dominanti per continuare a perpetuare dinamiche di potere non equilibrate.

In questa lezione analizzeremo criticamente il significato di questi termini e l’applicazione che spesso ne viene fatta all’interno delle campagne pubblicitarie e dei progetti sociali e di cooperazione internazionale rivolti a gruppi minoritari e oppressi. Rifletteremo inoltre sulla necessità di un cambio radicale nell’approccio e in che maniera questo possa (e debba) avvenire! Contribuiranno alla critica, attraverso l’analisi delle proprie esperienze lavorative, attiviste e professioniste nell’ambito del sociale.

Quinta lezione: Discussione di casi concreti

Dedicheremo questa occasione ad una vera a propria tavola rotonda tra i partecipanti, durante la quale condivideremo esperienze concrete di vita e ci confronteremo sulle problematiche incontrate durante il nostro lavoro. Sarà uno spazio orizzontale in cui ciascuna/o di noi potrà intervenire per dare voce a dubbi e pensieri, ma anche portare alla luce problematiche e proporre alternative. Sarà un’occasione per riflettere collettivamente sugli argomenti trattati nel corso delle lezioni precedenti.

Sesta lezione: Elaborazione di proposte

In questa ultima lezione, ci dedicheremo all’elaborazione di proposte che riteniamo applicabili nella nostra realtà lavorativa di tutti i giorni. Presteremo particolare attenzione alla decostruzione delle relazioni asimmetriche di potere all’interno delle nostre stesse pratiche di lavoro e più in generale nell’ambito del sociale. L’obbiettivo è quello di scambiare buone pratiche, idee, modelli ideologici e operativi che potremo poi sperimentare sul campo, adattandoli al contesto in cui ci troviamo a lavorare.

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Cuando el amor es violento: la narración personal de una sobreviviente de abuso domestico

Swati Kamble

traducción:  Marta Ruffa

revisión: Valentina Coral Gómez

Después de ser tratada injustamente por 5 años y de reflexionar sobre ello por más de año y medio, sólo en este momento he podido encontrar el coraje de contarle a todo el mundo mi historia. Considero que al guardar silencio no sólo estoy aceptando la injusticia que he sufrido, sino que, además, estoy secundando que otras personas sufran la misma injusticia. Iré directo al punto. Soy una sobreviviente de violencia domestica, una violencia tanto fisica como mental que duró más de 5 años, hasta que terminé la relación abusiva. He luchado durante mucho tiempo conmigo misma sobre el hecho de contar o no contar mis propias vivencias. Escribir esta narración me trae de vuelta al museo de los horrores. Todavía tiemblo cuando pienso en las violencias que he sufrido. Pero por más difícil que esto sea, quiero dar un paso adelante y hablar.

La razón por la que escribo esta historia es que quiero encarar a mis demonios. Quiero encontrarle un sentido a las cosas que me han pasado. Pero no sólo para mí. Quiero que la gente sepa, especialmente la chicas jóvenes y las mujeres que están condicionadas para soportar la violencia y que luchan contra el abuso de manera silenciosa. Quiero que sientan que no están luchando solas. A la sociedad que pretende que esta sea una cuestión privada, quiero dejarle bien claro que el abuso es real. Pasa más a menudo de lo que nos gustaría pensar. Ocurre en todas las castas, clases, religiones y razas. El nivel de educación del abusador o de la abusada no tiene relevancia en cuanto a la gravedad de la violencia ni en cuanto al tiempo necesario para salir de la relación, si es que logras salir de ella. El trauma tanto fisico como mental tiene sin dudas un impacto duradero. Como sobrevivientes, puede que nos sentamos debiles y fragiles. Pero no tendríamos que culparnos a nosotras mismas, sino darle voz a la injusticia con valentía.

Quiero demostrar que por más grande que sea el impacto que la violencia, siempre pervasiva, tiene en mi vida, esta violencia no me define. La persona que ha abusado de mí es uno entre tantos agresores sin rostro alrededor del mundo, con las mismas actitudes violentas, manipuladoras y que te hacen sentir culpable. Muchas chicas jóvenes y mujeres educadas de nuestra comunidad tienen miedo y se avergüenzan de decir que son mujeres maltratadas. Quiero decirles a todas aquellas valientes mujeres ahí afuera: no dejéis que vuestras vivencias se queden sin ser escuchadas, no seáis invisibles, no quedéis atrapadas en las estadísticas sobre la violencia domestica. Devolved a estas figuras nebulosas sus rostros, hablad. Contad vuestras historias como acto de solidaridad hacia aquella bellas almas que están todavía luchando para decidir. No luchéis calladas.

Volviendo a mi historia. He estado en una relación de pareja con un hombre que conocía desde hace muchos años, a quien respetaba y en quien confiaba como amigo y confidente. Le contaba mi vida, mis sentimientos, mis preocupaciones y mis dudas. A medida de que pasaban los años, empecé a darme cuenta de que utilizaba aquellas partes de mi vida para manipularme, humillarme y aislarme. Siempre me había hecho una imagen de él como una persona socialmente conciente y sensible, que creía en los derechos humanos y en los valores. Cada vez que me pegaba, miraba a aquel episodio de abuso como una excepción, intentando confirmarme la imagen que tenía de él, hasta que la excepción se convirtió en la regla.

Estaba segura que si le hacía una critica o una pregunta, él me iba a pegar. A menudo me esforzaba para asegurarme de no decepcionarlo. Empecé a competir conmigo misma para demostrarle que me estaba convirtiendo en la que él quería que fuera. Si bien con el paso de los años la irracionalidad de las golpizas y de sus justificaciones se hizo cada vez más clara, yo seguía intentando cumplir con sus expectativas para mantener la paz. Hubieron momentos durante esos 5 años en que lo cuestioné, pero nunca totalmente. Aceptaba sus discursos. Creía que era mi culpa si él me pegaba. Le pedía disculpas por lo “errores” cometidos. Un día me pegó a plena luz del día en medio de una calle llena de gente por haberme montado al vagón general del tren y no al “vagón para mujeres”. Me dijo que me pegaba como castigo, para asegurarse que no se me olvidara la siguiente vez. Me pegó fuertemente con un cinturón por haber participado en un picnic de la escuela porque entre los invitados habían hombres. Dijo que no confiaba en ningún hombre a mi alrededor que no fueran mi padre y mis hermanos porque quería protegerme. Me acusó de ser ignorante y de no entender el mundo, razón por la cual necesitaba de su protección.

Cuando chica, de vez en cuando no respetaba la hora de llegada a mi casa. Pero a mis 20 años, en esa relación, me sentía atrapada. Terminaba anticipadamente las reuniones familiares y me nebaga a salir. Su llamada rabiosa fue suficiente para que abandonara rápidamente la cerimonia del azafrán de un amigo. Le juré que no había bailado durante la ceremonia. Me dijo que si le explicaba adecuadamente mis razones para querer ir a esos eventos, él me lo permitiría. Pero para él mis explicaciones nunca eran suficientes. Me decía que no tenía conciencia de mi propio cuerpo. Me pegaba como castigo para recordarme que debía ponerme siempre una dupatta (un pañuelo que se lleva por encima de la ropa para encubrir la parte superior del cuerpo). Una vez me pegó por haberle llevado chapati “quemado” y “salsa de sobra”. Me dijo “Eso demuestra que tanta importancia me das en tu vida. No pones atención porque no me valoras”. Me pegó otra vez porque me había puesto triste y no quería comer.

Me pegó en muchas ocasiones. Tanto en la casa como en espacios públicos, tanto en Mumbai como durante nuestra estancia en Europa, en un metro lleno de personas, en las paradas de los autobuses, y mientras que caminabamos por las calles llenas de gente. Yo no entendía porque las personas no intervenían para decirle algo o pararlo. Durante mi curso de Estudios de Género en una prestigiosa universidad Europea, me pegó tanto que terminé en el hospital. El lado del ojo donde me había pegado un puñetazo sangraba. Mi ojo se quedó negro e hinchado por días y mi cuerpo también. Volví a clase después de una semana y realicé mi presentación llevando gafas de sol. Les dije a mis compañerxs que me había caído de unas escaleras eléctricas. El año pasado, cuando le confesé la verdad a una de ellas me dijo que no le sorprendía. No quiso enfrentarme en esa época ni hacerme demasiadas preguntas, pero sabía que algo no estaba bien. Incluso me dijo que otras chicas de la clase hablaban de ello. Me sorprendió bastante que hubiera tanto silencio sobre el tema de la violencia domestica, incluso entre aquellas “futuras feministas”. En aquel entonces yo no busqué ayuda. Tenía miedo de las consecuencias si lo hubiera hecho, sobretodo para él estando en otro país.

Me pegaba más fuerte cada vez que pedía ayuda. Cuando le dije que hablaría con nuestros padres sobre sus abusos, él me contestó: “No consultamos con nuestros padres cuando decidimos hacernos pareja. Esta vez también vamos a solucionar nuestros problemas solos”. Cada vez que le decía que quería terminar la relación, me decía: “No puedes tomar esta decisión tú sola”. Cuando le amenazaba con denunciarlo, me decía: “Tú también me pegaste, estamos en la misma situación”, refiriéndose a las muy pocas veces que le había pegado para defenderme de sus abusos. Incluso: “En una sociedad patriarcal como en la que vivimos, es más grande la herida que llevo yo en mi orgullo por el hecho de que una mujer me haya pegado”. Cuando le hablaba de derechos e igualdad, me decía: “No te dejes influenciar por el discurso de la feministas de que “lo personal es político”. No te hagas feminista porque eso arruinaría tu vida”. Decía: “Mira a tu alrededor. ¿Qué feminista tiene una familia normal? Lo han destruido todo”.

Me agarraba por el cuello y me estrellaba contra la pared. Pegándome un puñetazo en la cabeza , me dijo que por testaruda le sacaba el diablo que llevaba dentro. Yo me paralizaba, perdía la razón… mi cerebro literalmente dejaba de funcionar. Me callaba y eso lo volvía aún más agresivo. Decía que “me pegaba pero solo lo necesario para hacerme hablar”. Parecía una técnica de interrogación policial. Un día me dijo: “Ahora entiendo porque los hombres terminan matando a sus mujeres por frustración”.

Había leido sobre los ciclos del abuso. Sabía cuales eran los esquemas de los abusadores. Pero necesitaba más tiempo. En el momento en el que finalente rompí el silencio, hace más de un año, contándoselo a mis amigxs y familiares, parecía que un río de palabras estuviera saliendo de mi boca. Ya no quería callarme. Más hablaba, más me daba cuenta de como sistematicamente había naturalizado las violencias sufridas. Hasta aquel entonces me había dado vergüenza, me había sentido confundida, incrédula y me había negado a ser una víctima de violencia domestica.

¿Cómo podía yo ser una victima? Venía de un pasado humilde, una chica Dalit que había crecido en un slum de Mumbai. Había alcanzado metas que ni podía haberme imaginado. Mi familia y mi comunidad me respetaban. Mis opiniones tenían valor. Mi gente me veía como una chica independiente y segura de sí misma. Por todas estas razones no lograba decir lo que me estaba pasando. Tenía miedo de invalidar todo lo que había conquistado si admitía ser victima de abuso domestico. Como si fuese un fracaso de mi parte. Pensaba en la desgracia que eso le conllevaría a mi familia. Tenía miedo que él me siguiera y creara un escándalo frente a ellos. De hecho me había amenazado con hacerlo en muchas ocasiones.

Los episodios de violencia son infinitos pero el objetivo siempre era el mismo: controlarme e impedirme tomar decisiones por mi cuenta. Llegar a Ginebra para adelantar mis estudios de doctorado en septiembre de 2014 finalmente me dió el espacio mental para entender y procesar las cosas. Por ejemplo, caminaba por las calles de Ginebra y aún sentía su mirada inquisidora espiándome. Esto me hizo realizar el miedo constante en el que estaba viviendo. Por 5 años pensé que era imposible terminar la relación. Incluso estando sola en Ginebra, necesité mucho tiempo para convencerme de que podía terminarla de verdad. No fue fácil, él me hizo sentir culpable a cada paso. No quería dejarme ir y seguía manipulándome. Me habló de moral y de los valores que estaba traicionando al dejarlo. Me habló de traición. Me dijo que lo estaba traicionando sin ninguna razón y que por eso utilizaba una historia de abusos. Me dijo que todos los actos violentos hacia mí estaban justificados por el amor tan grande y la compasión que sentía por mí. Me dijo que me estaba enfocando demasiado sobre lo negativo mientras que se me olvidaban por conveniencia todas las cosas buenas que él había hecho por mí. Me dijo que estaba tomando el camino fácil, porque si amase de verdad hubiera seguido junto a él para genear un cambio positivo en la relación.

Cuando sus manipulaciones para retenerme no le valieron de nada, empezó a pedirme perdón. Me prometió que iba a cambiar, como ya lo había prometido antes después de cada abuso. Me preguntó porque de repente había tomado esta decisión. ¿Había encontrado a otra persona? Después pasó a la etapa de las negociaciones. Me dijo que si él decidía aceptar mi decisión, entonces yo tenía que aceptar sus condiciones, o sea que me quedara soltera para toda la vida y que no me volviera a enamorar nunca. Tenía que quedarme esperando a su cambio y los dos teníamos que seguir con las actividades de la Organización para los Derechos de las Mujeres Dalit que habiamos fundado juntos.

Es increiblemente irónico que durante nuestra relación, mientras en los eventos sociales ibamos juntos como compañerxs de trabajo a hablar sobre los derechos de las mujeres Dalit, en privado mis derechos estaban siendo violados cada día. Los dos teníamos vidas muy contradictorias. Para el mundo exterior yo era una joven mujer empoderada, fuerte y él un introvertido pero diligente promotor de los derechos de las mujeres Dalit. En mi vida personal yo estaba oprimida y él era mi opresor. ¿Quién se iba a creer eso? Por ejemplo, la gente quedó impactada con el hecho de que él fuera capaz de pegarle a cualquiera. Al mismo tiempo me decían que me olvidara de todo. La mayoría de las personas con las que hablaba me daban consejos bien intencionados. Me decían: has salido de esta situación y eso es lo que cuenta. Te espera algo mejor y él no merece tu atención. Notaba que por más que la gente se sintiera triste, incrédula frente al abuso, seguía viendolo como algo normal. Algo que se tenía que olvidar para que la vida siguiera.

Unxs amigxs comunes no rompieron el silencio sobre lo que había pasado. Pensaron que no podían tomar partido y me lo dijeron. Otrxs se sintieron con el deber de jugar el papel de moralizadorxs. Otrxs no lograban entender porque no lo había dejado antes. Unxs me preguntaron ¿por qué ahora, después de 5 años? ¿Qué provocó este cambio repentino? Como si, por haberme quedado 5 años con él, ya no tuviera legitimidad para cuestionarme las cosas y salir de la relación. Otrxs pensaban que mi decisión había sido demasiado repentina y que tenía que replantearmela. Otrxs incluso se ofendieron porque no les había pedido ayuda antes. Otrxs dijeron que como él era su amigo estaban preocupadxs por las consequencias que la ruptura pudiera tener con respecto a él.

Después de haber terminado esa relación abusiva, mi vida dio un giro inesperado. Tal vez mágico, si se me permite decirlo. Descubrí una conexión increible con un viejo amigo belga con el que me sentía segura de hablar libremente de mis pensamientos. Un año después decidimos casarnos. A partir del momento en el que la noticia de mi matrimonio con un “hombre blanco” explotó en el diciembre de 2015, se generaron nuevas olas de conmoción. Había rumores que decían que me  había ido por “una mejor opción”. Sin embargo, muchxs me contactaron para felicitarme. Les agradezco su apoyo. Hoy en día vivo una relación de equidad y respeto mutuo, llena de amor y confianza. Mi pareja, mis amigxs y nuestras familias en ambas partes del mundo (India y Belgica) nos respaldan con todo su amor. Su apoyo ha sido crucial para mantenerme fuerte.

Al final de esta narración, quiero contestarles a todas las personas que quieren saber porque no me fui durante aquellos 5 años. Aunque no les debo explicaciones, voy a repetir las mismas razones clásicas de quien sufre abusos domésticos. Me gustaría ayudar a las mujeres que viven relaciones abusivas para que reconozcan los esquemas del abuso que están viviendo.

No me fui porque, en primer lugar, no podía creer que estuviera siendo abusada. Yo era una mujer educada, empoderada, que luchaba por los derechos de las mujeres marginalizadas. ¿Cómo podía pasarme a mí? Además, la gente cree que la violencia doméstica le pasa a las mujeres analfabetas y no empoderadas, por parte de hombres alcohólicos. Él era activista de derechos humanos, por lo tanto no tenía el perfil del abusador. Ninguno de nosotros dos tenía los perfiles de abusada y abusador. Quiero decirle a la gente: ¡es un mito! Los abusadores no tienen un perfil específico. Les ruego a las mujeres que no se avergüenzen porque han sido abusadas. La violencia doméstica no os representa como personas.

No me fui porque intentaba racionalizar sus motivos. Empecé a pensar que, como no podía enfurecerse conmigo sin razones, tal vez estaba haciendo algo para molestarlo. Fui condicionada poco a poco para que me culpara a mí misma. Creía que tenía el poder de mejorar las cosas y que el tiempo incrementaría la confianza entre nosotros. Las investigaciones nos indican que la mayoría de los abusadores tienen problemas de agresividad y que su ira no siempre tiene razones intelegibles. Los abusadores utilizan estrategías sistemáticas para engañar y manipular. El hecho de creer que es tu culpa te arrastrará aún más en este ciclo de abusos.

No me fui porque creí que podía ayudarle. Él me decía a menudo que me necesitaba para convertirse en una persona mejor. Que solo yo podía ayudarlo. He empezado a leer articúlos sobre lo qué significa vivir con una persona inestable. Les suplico a las mujeres: no intentéis salvar a alguien poniendo en riesgo vuestras propias vidas. No esperéis su cambio. Porque aunque haya una posibilidad de que él cambie, probablemente necesitaría de ayuda externa por parte de un profesional. Tú como victima de violencia tienes ante todo que alejarte de la relación abusiva por tu seguridad.

No me fui porque seguía desplazando el límite al que él tenía que llegar antes de que me fuera. Antes le decía que lo iba a dejar si me hubiese pegado y humillado en público. Pero cuando eso pasó, empecé a decirle que lo iba a dejar si me pegaba frente a nuestras familias. Y cuando eso también pasó, desplacé aún más el límite. Le dije: “en el futuro, cuando nos casemos y tengamos hijos, te dejaré si me pegarás frente de nuestros hijos”. Un día, después de haberme pegado frente a su hermana, me dijo: “Ahora que me has obligado a pegarte frente a mi hermana, ya no tendré ninguna inhibición en pegarte frente a cualquiera”. Me dijo: “Te has puesto en la peor situación posible”. Les ruego a todas las mujeres que no toleren el más minimo abuso. No dejéis comprometer ni vuestro respeto ni vuestra dignidad por ninguna razón.

No me fui porque no sabía como hacerlo. Sin darme cuenta, me estaba poniendo reglas para mantener la paz, para hacerlo feliz. Y eso me había llevado al punto de alejarme de mis amigos y mi familia. El aislamiento me había complicado el hecho de encontrar una explicación razonable para la situación. Queridas mujeres valientes, no os cerréis. Hablad con vuestras familias y amigos. Tomad en cuenta sus opiniones. Pero más que todo, tomad vuestras decisiones. Tenemos que vivir y aprender a medida de que vivimos. Todas podemos sentirnos vulnerables. Yo a menudo me siento vulnerable y todavía me sorprende pensar que la violencia haya tenido un impacto tan fuerte sobre mí. Me considero una mujer fuerte y ahora mi vulnerabilidad se ha convertido en parte de mi fuerza.

Antes de concluir, quiero responderles a las personas que conocen a quien me abusó. Después de haber leido todo eso, tal vez podrían sentirse enfadadxs e incluso alejarse de él. No creo que esta sea la solución. Hay demasiados casos de violencia domestica para culpar y castigar nada más a una persona. Tenemos que reflexionar como sociedad sobre como estamos enfrentandonos a estos problemas de violencia. Nombramos y culpamos a las victimas/sobrevivientes de violencia domestica. Cada vez que una mujer decide alejarse de una mala relación, su castidad es cuestionada. Condenemos la violencia domestica. Apoyemos a aquellas personas que denuncian la violencia doméstica que están sufriendo. Sería necesaria también más conciencia y transparencia social para reconocer la rabia y la agresividad como desordenes psicologicos. Las personas con problemas de gestión de la ira y la agresión tendrían que buscar ayuda. Junto con lxs niñxs, las mujeres son las victimas principales de los problemas de agresividad de sus parejas.

He llegado al final de mi narración. Os preguntaráis porque escribo sobre una tematica tan personal. Ya expliqué mis razones a comienzo de este texto. En conclusión, quiero volver a decirlas. Quiero construir a una red de solidaridad con las sobrevivientes de violencia domestica y seguir con este diálogo. Mientras que empoderamos a nuestras chicas y mujeres, tenemos que enseñarle a la sociedad entera, y particularmente a los hombres, a que se emancipen y apoyen la equidad de género en su sentido más profundo. La equidad, no como valor “ahí afuera”, sino como un hábito incorporado en el día a día. La sociedad tiene que educar a sus chicas y mujeres a pensar de manera independiente. En lugar de enfatizar tanto la virtud del sacrificio, tendría que animarlas para que se den prioridad. Tendríamos que enseñarles que reclamar sus derechos es justo y normal. Igualmente, la sociedad tendría que entender que es normal que las mujeres que viven en relaciones abusivas se sientan vulnerables y débiles. Las chicas jóvenes y las mujeres deben saber que solo cuando cuidamos de nosotras mismas y nos valoramos, logramos encontrar nuestro verdadero ser y nuestra fuerza interior, para así aceptar quienes somos. Jai Bhim!

Swati Kamble es una defensora de los derechos de las mujeres Dalit y es actualmente candidata al doctorado en Socioeconomía en la Universidad de Ginebra sobre las desigualdades de casta y género en los procesos políticos en la India.

La versión original del presente artículo puede consultarse en inglés en la página de Savari, un colectivo de mujeres adivasi, bahujan y dalit.

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ISCRIZIONI APERTE FINO AL  30 GIUGNO 2018!

 

Femminismo e lavoro sociale: un binomio complesso

Il corso si propone di approfondire con tutti coloro che lavorano nel sociale o nell’ambito della cooperazione internazionale alcune tematiche relative all’utilizzo di una metodologia femminista nello sviluppo e nella realizzazione di progetti sociali.

Educazione sessuale e co-educazione all’uguaglianza: buone pratiche da diversi contesti del mondo

Il corso ha come principale obbiettivo quello di illustrare i principi della co-educazione all’uguaglianza, volti all’apprendimento di buone pratiche di educazione sessuale ed affettiva provenienti da diversi contesti del mondo e applicabili nel lavoro con gruppi di bambine/i e adolescenti.

Metodi collaborativi nelle pratiche di lavoro e ricerca sociale

Attraverso questo corso, esploreremo l’applicazione di diversi e molteplici metodi e processi collaborativi come strumenti per lavorare in gruppo e favorire la riflessione collettiva.

Movimenti e pratiche femministe: sguardi dal mondo

Il corso offre un’ampia panoramica su pratiche e prospettive femministe provenienti da diversi punti del mondo. Attraverso video-interviste, scritti, narrative e articoli tradotti, le pratiche concrete delle attiviste diventano il centro di un percorso di riflessione, utile a chi lavora nel sociale, a educatrici/educatori, attiviste/i, e a chiunque senta che il contatto diretto con i movimenti territoriali è un’occasione d’apprendimento importante.

Tutti i corsi sono pensati e strutturati ai fini di un approfondimento teorico e soprattutto di un’applicazione pratica di metodologie e approcci presentati direttamente da chi queste metodologie le applica quotidianamente nel proprio lavoro, nella speranza che costituiscano una base di scambio e diffusione di saperi concreti e buone pratiche da portare nei contesti locali e nell’attivismo quotidiano. La nostra metodologia prevede uno scambio orizzontale di esperienze: è stata formulata e pensata perché ciascuna/o di voi possa interagire con il gruppo attraverso lo scambio di riflessioni e opinioni man mano che il corso avanza. 

 

Quando l’amore è violento: il racconto personale di una sopravvissuta all’abuso domestico

Swati Kamble

Dopo aver subito un trattamento ingiusto per 5 anni e poi averci riflettuto per più di un anno e mezzo, soltanto ora sono riuscita a raccogliere tutto il coraggio di raccontare al mondo la mia storia. Capisco che rimanendo in silenzio non solo sto accettando l’ingiustizia che mi è accaduta, ma sto anche consentendo che accada ad altre. Vado dritta al punto. Sono una sopravvissuta all’abuso domestico, un abuso fisico e mentale durato oltre 5 anni, finché ho messo fine alla relazione abusiva. È una lotta di vecchia data tra me e me, se dare voce o meno alle mie esperienze di vita. Scrivere questo racconto mi riporta indietro al museo degli orrori. Tremo ancora al pensiero delle violenze che ho subito. Ma per quanto sia difficile, voglio farmi avanti e parlare. La ragione per cui scrivo questo racconto è che voglio guardare in faccia i miei demoni. Voglio dare un senso alle cose che mi sono successe. Ma non solo per me stessa. Voglio che la gente sappia, specialmente le ragazze e le donne che sono condizionate a sopportare la violenza e che stanno combattendo l’abuso silenziosamente. Voglio che sappiano che non sono sole in questa lotta. Alla società che finge che questa sia una questione privata, voglio dire chiaro e tondo che l’abuso esiste. Succede più spesso di quanto vorremmo credere. Succede in ogni casta, classe, religione e razza. Il livello d’istruzione dell’abusatore o dell’abusata non ha grande rilevanza su quanto siano violente le botte o su quanto tempo si mantenga la relazione prima di uscirne, sempre che ci si riesca. Il trauma fisico e mentale indubbiamente ha un impatto di lunga durata. Come sopravvissute, possiamo sentirci deboli e fragili. Ma non dovremmo colpevolizzarci e dovremmo invece dare coraggiosamente voce all’’ingiustizia. Voglio anche dimostrare che per quanto grande sia l’impatto che la violenza, sempre pervasiva, ha sulla mia vita, questa violenza non mi definisce. La persona che mi ha abusata è solo uno dei tanti aggressori senza volto in giro per il mondo con gli stessi tratti violenti, manipolativi e mirati a farti sentire colpevole. Molte ragazze e donne con un alto livello d’istruzione nella nostra comunità temono e si vergognano di dichiararsi donne maltrattate. Voglio invocare tutte quelle coraggiose donne là fuori: non lasciate che le vostre storie rimangano inascoltate, non restate invisibili, intrappolate nelle statistiche sulla violenza domestica. Fate sì che le sagome nebulose abbiano dei volti, parlate. Venite avanti con le vostre storie come atto di solidarietà verso quelle belle anime che stanno ancora lottando per prendere delle decisioni. Non combattete in silenzio.

Tornando alla mia storia, sono stata in una relazione con un uomo che conoscevo da tanti anni, che rispettavo e di cui mi fidavo come amico e confidente. Gli raccontavo la mia vita, i miei sentimenti, le mie preoccupazioni e i miei dubbi. Con il passare degli anni, ho iniziato a realizzare che usava quelle parti della mia vita per manipolarmi, umiliarmi e isolarmi. Me lo ero sempre immaginata come una persona socialmente cosciente e sensibile, che credeva nei diritti umani e nei valori. Ogni volta che mi faceva del male, guardavo a quell’episodio di abuso come a un’eccezione, aggrappandomi all’immagine che avevo di lui, finché l’eccezione diventò la norma.

Ad ogni critica o domanda che gli facevo, ero sicura di prenderle. Spesso facevo di tutto per essere certa di non scontentarlo. Ho iniziato una gara con me stessa per provargli che stavo diventando ciò che lui voleva che fossi. Nonostante con il passare degli anni l’irrazionalità delle botte e delle giustificazioni fosse sempre più chiara, io continuavo semplicemente a compiere con le sue aspettative per mantenere la pace. Naturalmente c’erano delle occasioni durante quei 5 anni in cui lo mettevo in discussione, ma mai pienamente. Davo ragione ai suoi discorsi. Credevo che fosse colpa mia se mi picchiava. Mi scusavo per gli “errori” commessi. Una volta mi picchiò in piena luce del sole in mezzo ad una strada piena di gente per essere entrata nella carrozza generale del treno e non nello “scompartimento femminile”. Mi disse che mi picchiava come punizione, per essere certo che me ne sarei ricordata la volta dopo. Sono stata picchiata a sangue con una cintura per essere andata ad un picnic scolastico al quale erano presenti anche degli uomini. Disse che non si fidava di nessun uomo oltre a mio padre e ai miei fratelli perché voleva proteggermi. Mi disse che ero un’ignorante, che non sapevo come andasse il mondo e che per questo avevo bisogno della sua protezione.

Quando ero adolescente mi capitava di infrangere il coprifuoco a casa mia. Eppure, nel pieno dei miei 20 anni, in quella relazione, mi sentivo in trappola. Abbreviavo le riunioni di famiglia e cancellavo le uscite. Una chiamata rabbiosa da parte sua e abbandonai freneticamente la cerimonia della curcuma di un amico. Gli giurai che non avevo ballato a quella cerimonia. Mi disse che se gli avessi spiegato esattamente le mie ragioni per andare a certi eventi, mi avrebbe dato il permesso. Ma le mie spiegazioni non gli bastavano mai. Mi diceva che non ero consapevole del mio corpo. Mi picchiava per punizione affinché mi ricordassi di indossare sempre una dupatta (un foulard che viene indossato sopra gli abiti come copertura ulteriore del torso). Una volta mi picchiò per avergli portato del chapati “bruciato” e del “sugo avanzato”. Mi disse: “Questo dimostra quanta poca importanza io abbia nella tua vita. Sei distratta perché non mi dai nessun valore”. Mi picchiò di nuovo perché mi ero incupita e non volevo mangiare.

Sono stata picchiata in così tante occasioni. In casa, ma anche in spazi pubblici, a Mumbai e durante il nostro soggiorno in Europa, in una metropolitana piena di persone, alle fermate degli autobus, e mentre camminavamo per strade trafficate. Non capivo perché la gente non gli dicesse niente e non lo fermasse. Durante il mio corso in Studi di Genere in una prestigiosa Università europea, sono stata picchiata al punto da finire in ospedale. Il lato dell’occhio dove mi aveva dato un pugno sanguinava. Il mio occhio rimase nero e gonfio per giorni e anche il mio corpo. Ripresi le lezioni una settimana dopo e sostenni la mia presentazione indossando un paio di occhiali da sole. Dissi alle/ai mie/miei compagne/i che ero caduta da una scala mobile. Quando l’anno scorso ho rivelato a una di loro quale fosse la verità, mi ha detto che non ne era sorpresa. A quel tempo non aveva voluto affrontarmi o farmi troppe domande, ma sapeva che qualcosa non andava. E ha aggiunto che altre ragazze in classe ne parlavano. Mi ha sorpresa molto che ci fosse un simile silenzio rispetto alla violenza domestica, anche tra quelle “future-femministe”. A quel tempo non cercavo aiuto. Avevo paura di conseguenze negative se l’avessi fatto, soprattutto per lui in un Paese straniero.

Mi picchiava con più aggressività ogni volta che chiedevo aiuto. Quando gli dissi che avrei detto ai nostri genitori come mi trattava, mi rispose: “Non abbiamo consultato i nostri genitori quando abbiamo deciso di stare insieme. Quindi risolveremo i nostri problemi da soli anche questa volta”. Ogni qualvolta gli dicevo che volevo rompere la relazione, mi rispondeva: “Non puoi prendere questa decisione da sola”. Quando lo minacciavo che avrei fatto un esposto contro di lui, mi diceva: “Ma anche tu mi hai picchiato, siamo pari”, facendo riferimento alle pochissime volte che l’avevo colpito nel tentativo di difendermi. Oppure: “In una società patriarcale come la nostra, il mio orgoglio è molto più ferito di te dal fatto che io sia stato picchiato da una donna”. Quando gli parlavo di diritti e di uguaglianza, mi diceva: “Non farti influenzare dal discorso “il personale è politico” delle femministe. Non provare a diventare femminista perché ti rovinerai”. Diceva: “Guardati attorno. Quale femminista ha una famiglia normale? Hanno distrutto tutto”.

Mi prendeva per la gola e mi sbatteva contro il muro. Dandomi un pugno in testa, mi disse che era la mia testardaggine a tirargli fuori quel demonio. Io mi paralizzavo, perdevo conoscenza… Il mio cervello smetteva letteralmente di funzionare. Tacevo e questo lo faceva infuriare ancora di più. Diceva che “mi picchiava solo il necessario per farmi parlare”. Suonava come una tattica da interrogatorio poliziesco. Un giorno mi disse: “Adesso capisco perché gli uomini uccidono le loro donne per frustrazione”.

Avevo letto come funzionano i cicli dell’abuso. Quali fossero gli schemi che tutti gli abusatori seguono. Eppure avevo bisogno di altro tempo. Il momento in cui finalmente ruppi il silenzio, oltre un anno fa, parlandone con amiche/amici e famiglia, fu come se un fiume di parole stesse straripando dalla mia bocca. Non volevo più stare in silenzio. Più parlavo, più mi rendevo conto di come sistematicamente la violenza subita fosse stata normalizzata. Fino a quel momento me ne vergognavo, mi sentivo confusa, incredula e negavo di essere vittima di violenza domestica.

Come potevo credere di essere vittima? Avevo un passato umile, una ragazza Dalit cresciuta in uno slum di Mumbai. Avevo raggiunto cose che non riuscivo nemmeno ad immaginare. La mia famiglia e la mia comunità mi rispettavano. Le mie opinioni contavano. La gente mi vedeva come una ragazza sicura di sé, indipendente. Ma proprio tutto questo mi impediva di rivelarmi. Temevo che tutto quello che avevo raggiunto sarebbe stato invalidato se avessi ammesso di essere vittima di violenza domestica. Come se fosse stato un mio fallimento. Pensavo alla disgrazia che avrei portato alla mia famiglia. Avevo paura che lui mi avrebbe inseguita e che avrebbe creato un parapiglia di fronte a loro. D’altra parte l’aveva minacciato in molte occasioni.

Le storie di volenza sono infinite ma l’obiettivo era sempre lo stesso. Controllarmi e scoraggiarmi dal prendere le mie decisioni da sola. Arrivare a Ginevra per il mio dottorato nel settembre del 2014 mi ha finalmente concesso lo spazio mentale per capire e processare le cose. Per esempio, camminavo per le strade di Ginevra e sentivo ancora i suoi occhi indagatori che mi sorvegliavano. Questo mi ha fatto realizzare il terrore continuo in cui stavo vivendo. Per 5 anni avevo pensato che fosse impossibile porre fine alla relazione. Anche a Ginevra, quando ero sola, c’è voluto del tempo per convincermi che potevo davvero chiuderla. Finalmente ho preso tutto il mio coraggio e l’ho fatto. Non è stato facile, mi ha manipolata perché mi sentissi in colpa ad ogni passo. Anche allora non mi voleva lasciare andare e continuava a plagiarmi. Mi parlò della moralità e dei valori che avrei rinnegato lasciandolo. Mi parlò di tradimento. Mi disse che lo stavo tradendo senza nessuna ragione e per questo mi appellavo a un racconto di abusi. Mi disse che poteva giustificare qualsiasi episodio di violenza nei miei confronti, poiché tutti derivavano dal grande amore e dalla benevolenza che provava per me. Mi ripeteva che mi stavo concentrando troppo sulle cose negative e invece mi dimenticavo per convenienza tutte le cose buone che aveva fatto per me. Mi disse che stavo prendendo la strada facile e che se l’avessi amato davvero avrei resistito per migliorare la relazione.

Quando le sue manipolazioni per trattenermi non ebbero alcun risultato, iniziò a chiedermi perdono. Mi promise che sarebbe cambiato, come mi aveva già promesso in precedenza dopo ogni abuso. Mi domandò perché d’improvviso avessi preso una simile decisione. Avevo incontrato qualcun altro? Poi iniziò con le negoziazioni. Mi disse che se lui avesse accettato la mia decisione, allora io avrei dovuto accettare le sue condizioni, ovvero sarei rimasta single per tutta la vita e non mi sarei più innamorata di nessuno. Dovevo anche stare ad aspettare che lui cambiasse e pretendeva che continuassimo a portare avanti le attività dell’Organizzazione per i Diritti delle Donne Dalit che avevamo fondato insieme.

Era pura ironia che durante la nostra relazione, nelle occasioni sociali andassimo insieme per parlare come colleghi/e dei diritti delle donne Dalit e che in privato i miei diritti fossero violati tutti i giorni. Avevamo entrambi delle vite piuttosto contrastanti. Nel mondo esterno io ero una ragazza sicura di sé, schietta e lui un introverso ma comunque diligente promotore dei diritti delle donne Dalit. Nella mia vita personale, io ero oppressa e lui era l’oppressore. Chi l’avrebbe mai creduto? Per esempio, la gente rimase scioccata che lui fosse capace di alzare le mani su chiunque. Allo stesso tempo mi dicevano di dimenticare. La maggior parte delle persone con cui parlavo mi dava consigli con buone intenzioni. Dicevano: ne sei uscita ed è questo che conta. Ti aspetta una vita migliore e lui non merita le tue attenzioni. Vedevo che per quanto la gente si sentisse rattristata, scioccata dall’abuso, pensava che fosse normale. Qualcosa che andava dimenticato e che la vita doveva continuare.

Alcuni/e amici/amiche comuni non ruppero il silenzio su questa cosa. Pensavano che non spettasse loro prendere posizione e me lo dissero. Alcuni/e si sentirono in dovere di moralizzare. Altri/e non riuscivano a capire perché non l’avessi lasciato prima. Alcuni/e mi domandarono: ma perché adesso, dopo 5 anni? Cosa ti ha fatto prendere questa decisione improvvisa? Come se, per il fatto di essere rimasta 5 anni in quella relazione, avessi perso la legittimità di metterla in discussione e uscirne. Alcuni/e ritenevano che la mia fosse una decisione improvvisa e che avrei dovuto pensarci su. Altri/e ne fecero una questione di orgoglio perché non avevo chiesto aiuto prima a loro. Alcuni/e affermarono che lui era loro amico ed erano preoccupati/e delle conseguenze che la rottura avrebbe avuto su di lui.

Dopo la fine di questa relazione abusiva, la mia vita ha avuto una svolta teatrale. Forse perfino magica, se così si può dire. Ho scoperto una connessione splendida con un vecchio amico belga con il quale sentivo di poter condividere tutti i miei pensieri. Un anno dopo abbiamo deciso di sposarci. Dal momento in cui la notizia del mio matrimonio con un “uomo bianco” è esplosa nel dicembre del 2015, ci sono state ondate di shock. Giravano voci che avessi tradito “un brav’uomo della nostra comunità” per “uno straniero bianco”. Dicevano che avessi scelto “l’opzione migliore”. Eppure molti/e mi hanno contattata per farmi le congratulazioni. Li/le ringrazio per il supporto. Oggi vivo una relazione di uguaglianza e reciproco rispetto piena d’amore e fiducia. Il mio compagno, amici/amiche e famiglie da entrambe le parti del mondo (India e Belgio) ci supportano con tutto il cuore. Il loro supporto è stato cruciale per me per restare forte.

Alla fine di questo racconto, voglio rispondere a chi vuole sapere perché non me ne sono andata in quei 5 anni. Anche se non vi devo spiegazioni, ripeterò le ragioni comuni nelle situazioni di abuso domestico. Vorrei aiutare le donne che vivono relazioni abusive a riconoscere gli schemi dell’abuso che stanno vivendo.

Non me ne sono andata innanzitutto perché non potevo credere che mi stessero abusando. Ero una donna che aveva studiato, indipendente, che si batteva per i diritti delle donne emarginate. Come poteva succedere a me? Inoltre, il pensiero comune è che l’abuso domestico capiti a donne analfabete e non indipendenti, da parte di uomini alcolisti. Poiché lui era un attivista per i diritti umani, non aveva il profilo dell’abusatore. Nessuno dei due aveva il profilo dell’abusata e dell’abusatore. Voglio dire alla gente: è un mito! Gli abusatori non hanno un profilo specifico. Prego le donne di non vergognarsi perché sono state abusate. La violenza domestica non rappresenta chi siete come persone.

Non me ne sono andata perché cercavo di razionalizzare le sue ragioni. Ho iniziato a pensare che siccome non poteva arrabbiarsi con me senza motivo, forse stavo facendo qualcosa per farlo arrabbiare. Sono stata condizionata gradualmente affinché mi incolpassi. Pensavo di poter migliorare le cose e che il tempo avrebbe rafforzato la fiducia tra noi. Le ricerche dimostrano che la maggioranza degli abusatori ha un problema di aggressività e che la loro rabbia non ha sempre una ragione sensata. Gli abusatori usano strategie sistematiche per raggirare e manipolare. Credere che sia colpa tua ti trascinerà ancora più a fondo in questo ciclo di abusi.

Non me ne sono andata perché credevo che avrei potuto aiutarlo. Spesso diceva che aveva bisogno di me perché lo rendessi una persona migliore. Che solo io potevo aiutarlo. Ho iniziato a leggere articoli sulla vita con una persona instabile. La mia preghiera alle donne è: non cercate di salvare qualcuno mettendo a rischio la vostra vita. Non aspettate che cambi. Perché se anche ci fosse una possibilità che cambi, avrebbe probabilmente bisogno di un aiuto esterno da parte di un/a esperto/a. Tu come vittima di violenza dovresti prima di tutto distanziarti dalla relazione abusiva per la tua incolumità.

Non me ne sono andata perché continuavo a spostare il limite da raggiungere prima di andarmene. Prima gli dicevo che l’avrei lasciato se mi avesse picchiata e umiliata in pubblico. Ma quando questo avvenne, iniziai a dirgli che l’avrei lasciato se mi avesse picchiata davanti alle nostre famiglie. E quando anche quello avvenne, spostai ulteriormente il limite. Gli dissi: “in futuro, quando ci sposeremo e avremo una famiglia, ti lascerò se mi picchierai di fronte ai/alle nostri/e figli/e”. Una volta mi disse, dopo avermi picchiata di fronte a sua sorella: “Ora che mi hai spinto a picchiarti di fronte a mia sorella, non avrò più nessuna inibizione davanti a nessun altro/a”. Mi disse: “Ti sei appena messa nella peggiore situazione possibile”. Prego tutte le donne di avere tolleranza zero di fronte a qualsiasi forma d’abuso. Non lasciate compromettere il vostro rispetto e la vostra dignità per nessuno motivo.

Non me ne sono andata perché non sapevo come. Senza rendermene conto, mi stavo imponendo delle regole per mantenere la pace, per renderlo felice. E questo mi aveva portata ad allontanarmi da amici/amiche e famiglia. L’isolamento mi aveva reso più difficile trovare una spiegazione ragionevole alla situazione. Care donne coraggiose, non chiudetevi. Parlate con la famiglia e con le/gli amiche/amici. Tenete in considerazione le loro opinioni. Ma ancora più importante, prendete le vostre decisioni. Dobbiamo vivere e imparare mentre viviamo. Tutte possiamo sentirci vulnerabili. Io a volte mi sento vulnerabile e mi sorprende ancora oggi pensare a quanto la violenza abbia avuto impatto su di me. Mi considero una donna forte e ora la mia vulnerabilità è diventata parte di quella forza.

Prima di concludere, voglio rispondere alle persone che conoscono chi mi ha abusata. Dopo aver letto tutto questo, alcuni/e di voi potrebbero arrabbiarsi e magari anche prendere le distanze da lui. Non penso che questa sia una soluzione. Ci sono troppi casi di abuso domestico per incolpare e punire solo una persona. Dobbiamo riflettere come società su come stiamo affrontando questi problemi di violenza. Nominiamo e incolpiamo le vittime/sopravvissute all’abuso domestico. Ogni volta che una donna decide di allontanarsi da una relazione sbagliata, la sua innocenza è messa sotto esame. Denunciamo la violenza domestica. Appoggiamo coloro che denunciano la violenza che stanno soffrendo. Ci dovrebbe anche essere coscienza e apertura nella società nel riconoscere la rabbia e l’aggressività come disordini psicologici. Le persone con problemi di rabbia e aggressività dovrebbero cercare aiuto. Con i bambini, le donne sono le vittime principali dei problemi di aggressività dei propri compagni.

Sono arrivata alla fine del mio racconto. Vi chiederete perché scrivo su un argomento così personale. Ho già spiegato le ragioni all’inizio di questo testo. In conclusione, voglio però ribadirle. Voglio costruire una rete di solidarietà con le sopravvissute di violenza domestica e continuare il dialogo. Mentre insegniamo alle nostre ragazze e donne lezioni di empowerment, dobbiamo anche insegnare all’intera società, e specialmente agli uomini, ad essere emancipati e a supportare l’uguaglianza di genere nel suo senso più profondo. L’uguaglianza, non come un valore “là fuori”, ma come un’abitudine integrata nella nostra vita quotidiana. La società dovrebbe educare le sue ragazze e donne a pensare in maniera indipendente. Invece di enfatizzare la virtù del sacrificio, dovrebbero essere incoraggiate a mettersi al primo posto. Dovremmo insegnare loro che pretendere i loro diritti è importante e normale. La società dovrebbe allo stesso tempo comprendere che è normale per donne che vivono relazioni violente essere vulnerabili e sentirsi deboli. Le ragazze e le donne dovrebbero sapere che è solo quando ci prendiamo cura di noi stesse e ci diamo valore che riusciamo a trovarci e a trovare la forza di accettare quello che siamo. Jai Bhim!

Swati Kamble è un’attivista per i diritti delle donne Dalit, è attualmente candidata al Dottorato in Socio-Economia presso l’Università di Ginevra sulle disuguaglianze di casta e di genere nei processi politici in India.

La versione originale di questo articolo è consultabile in lingua inglese sulla pagina di Savari, un collettivo di donne adivasi, bahujan e dalit. 

 

 

 

Un percorso di sviluppo basato sull’autostima

Come e perché hai fondato questa Associazione oltre 10 anni fa?

Prima di fondare quest’associazione, ho lavorato come volontaria in un’altra. Si occupavano di alcune questioni molto importanti, ma noi donne non eravamo al centro delle attività. Non so perché. Se non volessero occuparsi delle nostre questioni o se pensassero che per noi le cose andavano bene così com’erano. Prendevano decisioni riguardo la situazione delle donne rom senza mai chiederci un parere. In tante pensavamo la stessa cosa rispetto a questa situazione, e ci siamo rese conto che mancava un altro tipo rivendicazione. Perciò abbiamo deciso di fondare un’organizzazione che si occupasse esattamente di questo.

C’erano delle associazioni di donne rom che conoscevi o che ti potessero aiutare all’inizio?

Assolutamente no, anzi nel primo periodo non sono riuscita a trovare nessuna comunità o organizzazione che ci potesse aiutare, darci dei consigli. Siamo state molto sole, inizialmente è stato molto difficile. Abbiamo dovuto superare molti ostacoli, tanti cercavano di boicottarci.

In che modo avete cercato di coinvolgere le donne in questo primo periodo d’attività?

All’inizio i metodi non erano molto coscienti né strutturati bene, perché eravamo persone senza esperienza nel mondo dei movimenti, delle rivendicazioni. Lavoravamo basandoci sull’istinto. Prima di tutto abbiamo dovuto impiegare le nostre energie per costringerci a continuare, a non mollare, perché era davvero difficile anche da un punto di vista emozionale con tutti gli attacchi che abbiamo subito da parte di altre persone. Partendo da quest’immagine che ci era stata cucita addosso di “nemiche”, abbiamo dovuto creare tante situazioni in cui poter parlare delle nostre idee e delle nostre intenzioni. Ci hanno accusato di voler dividere le famiglie, ma noi volevamo tutt’altro. Abbiamo cercato di far capire che l’Associazione si proponeva come un appoggio forte alle famiglie. Anche per la mia famiglia è stato difficile far comprendere perché volevo questo tipo di organizzazione. Ho dovuto tranquillizzarle/i che la mia intenzione non era dar vita ad una ribellione all’interno della comunità, ma aprire una strada diversa per appoggiare le donne rom.

Un estratto dell’intervista ad Anna Várnai, presidentessa dell’Associazione Színes Gyöngyök, Ungheria. La versione completa dell’intervista in italiano in cui Anna ci spiega l’importanza di un percorso di sviluppo basato sull’autostima fa parte del nostro corso Femminismo e lavoro sociale: un binomio complesso. La versione originale dell’intervista è stata pubblicata in lingua inglese all’interno del manuale “Let us empower ourselves!” Handbook of the experiences in Roma women’s empowerment”, ovvero “Lasciateci emancipare da sole! Manuale sulle esperienze di empowerment delle donne rom”. 

Női szerepek, önismeret, alkotás

Művészeti módszerek női csoportokban

4 modulból álló online kurzus

vezeti: Lakatos Réka és Baracsi Kitti

várható időpont: április 9.

ár: március 15-ig 8000 HUF, március 15. után 10 000 HUF

A kurzus során (kevéssé ismert, illetve alulértékelt) művésznők történeteiből és alkotásaiból kindulva dolgozunk fel női szerepekkel kapcsolatos kérdéseket, méghozzá az alkotás élményén keresztül. Szó lesz arról is, hogyan tudjátok ezt a módszert női csoportokkal végzett közösségi munkában alkalmazni.

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A hamarosan induló online kurzus művészeti részét Lakatos Réka textilművész vezeti majd. Ha szeretnél többet tudni Rékáról és munkáiról, keresd fel a weboldalát.

Amennyiben szívesen részt vennél a kurzuson vagy hasonló online ill. hagyományos workshopokon, írj nekünk, örömmel tájékoztatunk a részletekről.

Ripensare il femminile attraverso l’arte

Metodi nel lavoro comunitario con gruppi di ragazze/donne

Artiste straordinarie (e troppo spesso sottovalutate dalla storia!) saranno le protagoniste nel nostro prossimo corso in uscita, all’interno del quale approfondiremo la riflessione sui ruoli della donna attraverso un processo collaborativo di creazione artistica. Il corso si concentrerà infatti sugli aspetti metodologici, promuovendo l’utilizzo dell’arte applicata come metodo nel lavoro comunitario con gruppi di ragazze/donne.

Volete cogliere un’occasione di “imparare facendo”, di riflettere su voi stesse tramite il processo creativo? Il corso sarà coordinato da Réka Lakatos, artista tessile transilvana che oggi vive e lavora in Andalusia. Per sapere di più su Réka e sul suo lavoro: artreka

Se volete ulteriori informazioni riguardo il corso online o laboratori simili, anche presenziali, scriveteci e saremo liete di darvi maggiori informazioni in merito!

Pacchetto di 3 corsi

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L’offerta del Pacchetto di 3 corsi resterà valida fino a domenica 4 marzo!

Femminismo e lavoro sociale: un binomio complesso  (data prevista: 15 marzo)

Il corso si propone di approfondire con tutti coloro che lavorano nel sociale o nell’ambito della cooperazione internazionale alcune tematiche relative all’utilizzo di una metodologia femminista nello sviluppo e nella realizzazione di progetti sociali.

Educazione sessuale e co-educazione all’uguaglianza: buone pratiche da diversi contesti del mondo (data prevista: 25 aprile)

Il corso ha come principale obbiettivo quello di illustrare i principi della co-educazione all’uguaglianza, volti all’apprendimento di buone pratiche di educazione sessuale ed affettiva provenienti da diversi contesti del mondo e applicabili nel lavoro con gruppi di bambine/i e adolescenti.

Metodi collaborativi nelle pratiche di lavoro e ricerca sociale (data prevista: 22 maggio)

Attraverso questo corso, esploreremo l’applicazione di diversi e molteplici metodi e processi collaborativi come strumenti per lavorare in gruppo e favorire la riflessione collettiva.

Tutti i corsi sono pensati e strutturati ai fini di un approfondimento teorico e soprattutto di un’applicazione pratica di metodologie e approcci presentati direttamente da chi queste metodologie le applica quotidianamente nel proprio lavoro, nella speranza che costituiscano una base di scambio e diffusione di saperi concreti e buone pratiche da portare nei contesti locali e nell’attivismo quotidiano.

ISCRIZIONI APERTE FINO AL 28 FEBBRAIO 2018!

Questo sconto ha un doppio significato politico: innanzitutto è stato pensato per garantire l’accesso a ben 3 dei nostri corsi a chiunque sia interessata/o mantenendo prezzi accessibili, in secondo luogo servirà a far crescere il nostro progetto. Il nostro obbiettivo è quello di proporre nuovi corsi e ampliare la nostra offerta formativa a lungo termine includendo nuove tematiche e saperi!

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